Chi metterà la museruola al Bitcoin per ridurne il valore?

Prima o poi qualcuno fermerà il Bitcoin o per lo meno contribuirà a ridurne il valore. Questa almeno è l’opinione di molti osservatori, che ritengono improbabile che il “Far West” delle criptovalute duri ancora a lungo, senza alcun tipo di regolamentazione, e che di conseguenza anche la quotazione del Bitcoin ne risentirà. Diversi stati nel tempo hanno manifestato la volontà di controllare questo fenomeno. La pacchia sta per finire? Oppure l’inerzia delle istituzioni consentirà di allargare la finestra temporale caratterizzata dall’assenza di controllo, come molti auspicano?

Chi vuole mettere la museruola al Bitcoin ? Ecco la lista degli Stati che la vogliono imbrigliare, col rischio di ridurne il valore

In alcuni casi le posizioni sono contraddittorie. Se da una parte si cerca di limitare l’utilizzo della criptovalute dentro i propri confini nazionali, dall’altra si studiano soluzioni per cavalcare le blockchain ed introdurre delle monete digitali “di stato”. Spesso queste notizie hanno un impatto negativo sulla quotazione del Bitcoin

La Corea del Sud tra regolamentazione e fisco

Iniziamo la nostra carrellata con la Corea del Sud, uno dei mercati più rilevanti per il Bitcoin (il terzo per le criptovalute in generale) da dove arrivano le notizie più recenti. Come ormai noto, infatti, è stata annunciata una legge che vieterà lo scambio sui mercati nazionali, con impatto anche sui sei istituti bancari coreani che consentono di gestire conti in criptovalute. E pare che si sia mosso anche il fisco coreano, che ha effettuato sopralluoghi negli uffici di Coinone e Bithumb, i principali operatori presenti sul mercato delle criptovalute.

La motivazione ufficiale fornita dalle autorità coreane in merito a questa rinnovata attenzione verso Bitcoin & co è la tutela dei risparmiatori, che sempre più si stanno facendo prendere la mano e che rischiano forti perdite dalla speculazione con le criptovalute. Ad ogni modo è opinione di molti osservatori che le notizie provenienti dalla Corea abbiano avuto un forte impatto sulla quotazione del Bitcoin ed abbiano contribuito fortemente alla perdita di valore dell’ultimo periodo

Israele e il valore della blockchain “buona”

Proseguiamo con Israele: anche da qui le notizie sono abbastanza recenti. I regolatori locali hanno manifestato la volontà di mettere al bando dal mercato azionario di Tel Aviv le società che sviluppano prevalentemente le loro attività con le criptovalute, almeno fino a quando non verrà definita chiaramente una normativa per la loro regolamentazione. Allo stesso tempo, però, la Banca Centrale sta valutando l’opportunità di introdurre una vera e propria moneta digitale di Stato, che superi i problemi di volatilità e “segretezza” del Bitcoin (leggi tutela contro il riciclaggio) sfruttando la “parte buona” delle blockchain, in termini di velocità delle transazioni. Israele è quindi uno di quei casi “contradditori” ai quali si accennava in precedenza: da una parte si ostacolano le criptovalute esistenti con una regolamentazione stringente, dall’altra si pensa a come poter sfruttare queste nuove tecnologie a proprio vantaggio dando valore  ad una moneta virtuale di stato

La Russia e il criptorublo

La Russia è un altro esempio di questa politica a due facce: Putin ed i suoi collaboratori vorrebbero vietare le criptovalute esistenti per favore il lancio del cosiddetto “criptorublo”, una vera e propria moneta digitale di Stato che dovrebbe affermare il principio della “sovranità digitale” in Russia

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La Cina e i minatori

Le autorità cinesi già nell’autunno del 2017 avevano pensato di dare una forte “spallata” alle criptovalute, chiudendo la più  importante borsa di Bitcoin per contrastare il problema dell’anonimato delle transazioni. Adesso sembra che voglia chiudere anche l’industria del mining per i forti impatti che ha sul consumo di energia

Europa e Stati Uniti

In Europa e negli Stati Uniti al momento non sono state prese misure a forte impatto come quelle applicate, o solo ventilate, dagli Stati di cui abbiamo parlato finora.

Nel primo caso viene il sospetto che il vero motivo sia la solita inerzia delle istituzioni europee, in genere molto attenti alla regolamentazione finanziaria (come nel caso della Mifid 2), ma molto lenti nel mettere d’accordo le diverse posizioni degli Stati sovrani. E così anche per il bitcoin si inizia a parlare di “falchi” e “colombe”, i primi ovviamente preoccupati per i rischi di riciclaggio.

E se la Gran Bretagna sembra non preoccuparsi troppo di dover imbrigliare le criptovalute, gli Stati Uniti addirittura hanno consentito la partenza dei future sul Bitcoin. Un esempio virtuoso di liberismo? Oppure un tentativo più elegante di governare il fenomeno, senza prendere posizioni troppo plateali?

Conclusioni

Sembra quindi che tutti gli esperti di regolamentazione dei principali mercati finanziari mondiali si siano posti il problema di come imbrigliare il Bitcoin, e che tutti lo stiano facendo senza tradire il proprio “DNA”: gli orientali agiscono in modo molto direttivo e senza mezzi termini, la Russia mantiene un certo margine di ambiguità, gli Stati Uniti si spacciano per liberisti e l’Europa….ci pensa su.

Basterà tutto questo per ridurre il valore del Bitcoin, oppure la flessione delle sua quotazione è solo temporanea?