Come si comportano i mercati in tempo di guerra?

Dopo l’attacco dei giorni scorsi da parte degli Stati Uniti, insieme ai suoi alleati, al regime di Assad in Siria, sono molte le perplessità del mondo finanziario ed economico su quelle che possono essere le ripercussioni sui mercati azionari. Il vero rischio per i mercati azionari potrebbe essere l’inasprimento del conflitto in Siria, mentre se la situazione dovesse rimanere stabile potrebbero esserci scossoni nel breve periodo che verrebbero assorbiti nel medio-lungo termine.

Come spiegano gli esperti, ormai i mercati azionari hanno imparato a convivere con le variabili geo-politiche nonostante le popolazioni coinvolte, come quella siriana, siano costrette a subire indescrivibili sofferenze. Come detto i mercati azionari se la situazione degenerasse potrebbero riscontrare un calo, con gli investitori che andrebbero a rifugiarsi in titoli di Stato più sicuri, mentre se la situazione rimanesse circoscritta agli eventi degli ultimi giorni gli scossoni azionari sarebbero solo momentanei, con i mercati che li assorbirebbero nel breve periodo. Ovviamente anche l’esito finale del conflitto può influire sul mercato azionario degli “attori” in causa; ad esempio gli Stati Uniti e i suoi alleati ,se ci fosse un esito positivo dell’azione militare, potrebbero trarre giovamento dal punto di vista economico in Borsa.

La storia delle reazioni dei mercati azionari ai conflitti

Proviamo a fare un excursus storico di quelle che sono state le reazioni delle Borse nel corso di conflitti più o meno recenti. Partiamo dalla considerazione che ogni conflitto deve essere contestualizzato, e che oltre a questo bisogna tener conto di vari fattori come ad esempio il numero di nazioni coinvolte, fino ovviamente alla localizzazione geografica del conflitto. Nel corso dei conflitti ogni listino azionario deve essere in grado di rimanere in funzione nonostante l’influenza inevitabile che il rumore dei proiettili crea.

Iniziamo  dall’attenta analisi fatta dal commentatore statunitense Mark Hulbert che ha analizzato le reazioni di Wall Street di fronte a ben sei conflitti avvenuti negli ultimi decenni partendo da Grenada ’81 e Panama ’89, passando per le due guerre del Golfo del ’91 e del ’93 fino ai più recenti conflitti in Afghanistan nel ’01 e in Libia nel ’11. Nel mese precedente i conflitti, Wall Street ha perso in media lo 0.6% mentre nei 30 giorni successivi allo scoppio del conflitto il listino statunitense ha guadagnato circa il 4%. Ancora più impressionante il dato relativo ai sei mesi successivi lo scoppio del conflitto, dove il mercato azionario americano fa segnare un +7,6% di media. Come spiega lo stesso Hulbert, i dati dimostrano come i mercati non amino l’incertezza e che quindi nel periodo immediatamente precedente lo scoppio del conflitto, dove regna l’incertezza, entrano in scena i movimenti ribassisti mentre nel periodo contestuale alla guerra, dove ormai il conflitto è scoppiato e quindi c’è più “certezza”, cala la volatilità e cresce la domanda. Questo trend vale in maniera più netta nei conflitti di breve durata.

Le reazioni dei mercati azionari negli Stati Uniti….

Al di là delle considerazioni di Hulbert, per avere un quadro più chiaro della situazione possiamo analizzare i dati relativi alla Borsa Americana nei conflitti che si sono succeduti dopo la Prima Guerra Mondiale. Il Dow Jones dopo la Prima Guerra Mondiale ha fatto registrare un rialzo del 21,6% mentre nella Seconda Guerra Mondiale, tra l’invasione Nazista nel 1939 e l’armistizio del 1945, l’indice ha fatto registrare un rialzo addirittura del 23%. Più o meno lo stesso trend anche nel conflitto in Corea (+19.6%) e nella guerra in Vietnam (+20,5%).  Ma ci sono dei motivi che spiegano questo trend? Innanzitutto bisogna contestualizzare il periodo storico visto che nel passato le industrie quotate in Borsa e legate all’industria bellica avevano un peso decisamente maggiore rispetto a quello di oggi e naturalmente gli investitori “scommettevano” su questo tipo di industrie che durante i conflitti vedevano aumentare la propria produzione trainando anche il relativo titolo in Borsa. In seconda battuta il debito pubblico dello Stato, incrementato per far fronte alla Guerra, metteva a disposizione una maggior quantità di titoli scambiabili.

…e in Europa

Il vecchio continente invece come ha reagito alle Guerre nel corso degli anni? Nelle guerre moderne si può registrare lo stesso trend fatto segnare negli Stati Uniti mentre sia nel primo che nel secondo conflitto mondiale molte Borse delle capitali europee sono state chiuse non permettendo di fare paragoni con la borsa di Wall Street che comunque è rimasta sempre attiva e funzionante. In Europa in quel determinato periodo storico prese piede il mercato nero che andò a sostituire quello degli scambi regolari, soprattutto per quel che riguarda le derrate alimentari. La tecnologia ha senza dubbio influenzato quelle che sono state le reazioni dei mercati azionari sia in Europa che negli Stati Uniti, dove ovviamente adesso l’industria bellica ha meno peso specifico rispetto al passato. La rivoluzione tecnologica infatti potrebbe non consentire in epoca moderna il rialzo del Pil durante il conflitto bellico attraverso il classico moltiplicatore keynesiano. La nostra speranza è che l’umanità riesca prima e poi a non avere più un’economia legata alla guerra.

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