Cosa c’è dietro il boom del Petrolio?

Il petrolio potrebbe scendere? Ecco perché...

In questi giorni il prezzo del petrolio è sempre più vicino alla fatidica soglia dei 70 dollari al barile. Vi è un serio rischio che le sue quotazioni subiscano un drastico e repentino crollo. I gestori dei fondi. I gestori dei fondi comuni di investimento speculativi (Hedge Funds) stanno infatti sostenendo questa ascesa in maniera consistente, quasi estrema, che forse potrebbe preludere ad un brusco crollo, come sempre è accaduto e sempre accadrà, nell’ottica di riuscire ad speculare su questa inversione di trend.

Le quotazioni sono in ascesa da 7 mesi da giugno ad oggi il prezzo è salito dai 42 dollari di metà giugno ai quasi 67 dollari dell’ultima settimana. Gli analisti stanno iniziando a evidenziare, nell’analisi tecnica, alcuni segnali che lascerebbero presagire un tracollo imminente, anche se in queste ore questo rialzo non accenna a fermarsi portando il prezzo agli stessi livelli del 2014, superando tutti i massimi triennali. Ovviamente oltre agli Hedge Funds, tanti altri investitori sia privati che istituzionali stanno attualmente scommettendo forte su altri apprezzamenti, e proprio per questo motivo, si teme una forte volatilità se per caso si entrasse in una fase di liquidazione degli utili. Questa volatilità potrebbe assestare un brutto e pesante colpo agli investitori.

I fondi stanno acquistando sia su Brent che su WTI, raddoppiando il volumi usuali anche nella prima settimana dell’anno che di solito è relativamente piatta hanno accumulato un numero senza precedenti di posizioni lunghe, ossia all’acquisto: nella settimana del 8 gennaio su Brent e Wti ce n’erano per oltre un miliardo di barili, l’equivalente di quasi due settimane di consumi globali.

Al momento le posizioni Buy degli speculatori sono dieci volte quelle Sell: uno squilibrio che può portare a serie ripercussioni sul mercato, se dovesse mutare  scenario rialzista di questi ultimi giorni che oggi sembra essere quello secondo in cui la domanda greggio continuerà a crescere in modo da pareggiare la produzione di olio di scisto (shale oil ), infatti l’OPEC si spera che continui a dimostrare una ferma unità di intenti tra tutti i suoi alleati anche quando sarà il momento in cui ci sarà un inversione di tendenza e verrà il momento di scegliere una “exit strategy” dal presente scenario.

Negli ultimi mesi infatti i tagli alla produzione e quindi una riduzione delle scorte petrolifere, dopo anni di eccesso di offerta ha favori i paesi produttori con l’aumento del prezzo che ora è sotto gli occhi di tutti.

Infatti per 10 settimane consecutive, anche le statistiche Usa mostrano una diminuzione delle riserve.

Anche in seno all’OPEC si sono perplessità sulla situazione e temono una situazione di instabilità e magari l’incertezza, e lo stesso Ministro iraniano

Ma non è detto che la situazione continui ad evolversi senza scossoni. Persino nell’Opec serpeggia la preoccupazione che qualcosa possa ancora deragliare i piani: il ministro iraniano del petrolio Bijan Zanganeh, sostiene che alcuni membri del OPEC vogliono continuare ad aumentare la produzione e aumentare le riserve e far scendere il prezzo al barile sotto i 60 $.

La produzione americana del petrolio sta continuando ad accelerare in maniera massiccia e continuativa, arrivando ad oltre 10 milioni di barili al giorno e puntando gli 11 milioni per il 2019.

Gli Hedge Funds, quindi, potrebbero continuare a scommettere sul rialzo del petrolio, ad oggi però i prezzi dei contratti a pronti sono più alte dei futures, chiaro segnale di un possibile cambio di trend imminente. Altro dato da non sottovalutare è l’aumento di esportazioni di greggio e carburanti da parte della Cina che dopo il 7% del 2017, potrebbero portare ad una maggiore offerta rispetto alla domanda e quindi ad una drastica diminuzione dei prezzi.

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