E’ caccia al “made in Italy”

Made in Italy

Il “Made in Italy” storicamente in tutto il mondo è sinonimo di eleganza, classe, tradizione e innovazione.

E' caccia al Made in ItalyTutti aggettivi che si abbinano alla perfezione con uno dei settori storicamente più influenzati dalla cultura e dalla storia del nostro territorio: la moda. Nell’ultimo periodo è scattata una sorta di corsa, da parte dei più grandi colossi internazionali, per l’acquisizione delle società che storicamente nel campo della moda hanno fatto grande l’Italia.
E’ di poche settimane fa la notizia che conferma il passaggio del marchio e dell’azienda Versace sotto il controllo di Michael Kors. Questo è solo l’ultimo degli acquisti da parte di acquirenti stranieri che stanno facendo man bassa di marchi italiani d’abbigliamento.

Sono tante le aziende chiacchierate negli ultimi mesi ed in procinto di passare sotto il controllo di proprietà straniere. Lo è stato ad esempio il marchio Ferragamo, che i soliti bene informati dicevano essere prossima al passaggio a favore dei francesi di Lvmh, grande colosso del lusso di proprietà del famosissimo Bernard Arnault. La famiglia proprietaria della casa di moda ha però smentito queste voci. Non sempre però queste acquisizioni sono sinonimo di perdita di lavoro e di ricchezza per l’Italia, anzi molto spesso significano ulteriori investimenti e crescita per gli stabilimenti del nostro Paese.

Un esempio che coinvolge sempre l’azienda francese Lvmh, riguarda l’acquisizione effettuata nel 2013 di uno dei marchi storici del “Made in Italy” come Loro Piana, che scatenò innumerevoli polemiche perché si temeva una perdita di “italianità”.
Pochi giorni fa Pier Luigi Loro Piana, membro della famiglia che detiene ancora il 15% delle quote societarie, ha confermato che la sinergia con un colosso come Lvmh abbia solo giovato all’azienda, con una netta ripresa della produzione e delle vendite e con tutti gli operai che hanno conservato il proprio posto di lavoro in Valsesia.
Per uscire dall’ambito della moda basti pensare che nell’orbita del gruppo di Arnault sia entrata a far parte anche la storica pasticceria milanese Cova. Anche in questo caso non si può che notare la netta ripresa di uno dei locali storici della nostra tradizione. La nostra carrellata continua citando un altro esempio di collaborazione italo-francese che ha giovato ad entrambe le parti in causa. Il marchio Gucci, da sempre sinonimo di lusso ed eleganza in tutto il mondo, pochi anni fa passò sotto il contro di Kering, di proprietà di Francois Henry Pinault, altro colosso economico francese.

E’ caccia al “made in Italy”

E' caccia al Made in ItalyIn molti casi i brand italiani si sono affermati in tutto il mondo grazie alla qualità delle materie prime utilizzate e ad un radicamento sul territorio che ha fatto sviluppare tradizioni di produzione che non è possibile replicare in nessuna altra parte del mondo. Dal Veneto alla Toscana, dalla Puglia alla Sicilia, gli investitori stranieri che hanno acquistato le nostre aziende hanno capito che de-localizzando la produzione e spostando altrove gli stabilimenti, avrebbero causato gravi danni all’immagine e al prodotto. Meglio quindi investire negli stabilimenti già esistenti per preservare anche la rete di fornitori presente in quel contesto territoriale.

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Perché tutti questi storici marchi italiani stanno finendo piano piano tutte sotto il controllo degli stranieri?

Il problema sta nelle dimensioni.

Storicamente l’Italia della moda è fatta di piccole e piccolissime aziende manifatturiere che nel corso degli anni, con l’avvento della globalizzazione, sono diventate preda dei più grandi colossi internazionali. Lo stesso presidente di Confindustria Moda, Claudio Marenzi, ha sottolineato in una recente intervista che dietro la mancanza di grandi poli italiani del lusso capaci di aggregare i consumatori, c’è l’affetto degli acquirenti italiani per i propri prodotti tradizionali.

Ripercorriamo velocemente sotto quali mani sono passati, nel corso degli ultimi anni, i nostri storici marchi.

Moda italianaI due grandi colossi francesi del lusso la fanno da padrone: Lvmh ha sotto il proprio controllo Pucci, Fendi, Bulgari oltre che i profumi di Acqua di Parma, mentre la Kering può vantare la “proprietà” di marchi del calibro di Gucci, Bottega Veneta, Brioni e Pomellato. Il fondo qatariota Mayhoola è da tempo proprietario di Valentino e si vocifera che sia imminente una sua quotazione in Borsa. I cinesi di Marisfrogl hanno comprato il marchio Krizia quattro anni fa mentre gli olandesi di Sapinda hanno acquisito il marchio di biancheria di lusso La Perla.

Chi rimane a difendere strenuamente il “Made in Italy” di proprietà ancora italiana?

Restano saldamente tricolore i marchi Tod’s, Moncler, Prada e Armani. Il calzaturificio della famiglia Della Valle non ha nessuna intenzione di cedere a chicchessia così come Prada.

La nostra unica speranza, da patriottici osservatori della vita economica mondiale, è che tutte queste acquisizioni continuino a creare posti di lavoro e ricchezza all’interno del nostro territorio nazionale.

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