Economia politica classica: parte 1

Economia politica classica : Adam Smith

L’economia classica o Economia politica classica (nota a molti come economia liberale) è una scuola di pensiero che prese piede principalmente in Gran Bretagna tra la fine del XVIII secolo e l’inizio/metà del XIX secolo. I principali sostenitori di tale pensiero furono Adam Smith, Jean-Baptiste Say, David Ricardo, Thomas Robert Malthus, John Stuart Mill e Karl Marx .
Questi famosi ed importanti economisti hanno rivoluzionato il pensiero economico elaborando nuove teorie relativamente al campo che circonda l’economia dei mercati descrivendo questi ultimi come sistemi ampiamente “autoregolati”, governati da leggi naturali di produzione e scambio (notoriamente sintetizzate dalla metafora di Adam Smith della “mano invisibile”).

Gli economisti classici hanno elaborato le loro “innovative teorie” durante un periodo in cui il capitalismo stava emergendo e in cui la rivoluzione industriale stava portando importanti cambiamenti nella società. Questi cambiamenti sollevarono la questione di come una società potesse essere organizzata attorno a un sistema in cui ogni individuo cercava il proprio ritorno economico.

Come detto in precedenza l’economia politica classica è popolarmente associata all’idea che i liberi mercati hanno la capacità di auto-regolarsi.

Adam Smith fu proprio uno dei primi a vedere lo sviluppo economico come processo dinamico autosufficiente che coinvolge l’interazione tra mercati in espansione, aumento della produttività e della forza lavoro attraverso la tecnologia e conseguente reinvestimento del surplus sociale attraverso l’accumulazione di capitale.

Adam Smith, seguendo proprio il pensiero del fisiocratico François Quesnay, identificò la ricchezza di una nazione con il reddito nazionale annuale, invece del tesoro del re come era visto in precedenza.

Così come Quesnay criticò le posizioni sostenute dai seguaci del mercantilismo e fu il primo a sostenere che il perseguire gli interessi economici personali aiuta ad operare in modo utile per tutta la società, come se fosse guidato da una “mano invisibile”.

Smith vedeva quindi il reddito come il risultato del lavoro, della terra e capitale. Con i diritti di proprietà sulla terra e con il capitale detenuto dagli individui, il reddito nazionale può essere considerato diviso tra lavoratori, proprietari terrieri e capitalisti sotto forma di salari, rendite, interessi o profitti.
Nella sua visione, il lavoro produttivo era la vera fonte di reddito, mentre il capitale era la principale forza organizzativa con la capacità di aumentare la produttività del lavoro e inducendo la crescita.

 

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Nel suo libro “The Wealth of Nations“, Adam Smith ha spiegato che un’economia è in grado di funzionare in modo autonomo nel momento in cui tutti gli individui sono liberi di comprare e vendere tra di loro. Ha suggerito che se le persone fossero autorizzate a commerciare liberamente, gli operatori presenti sul mercato sarebbero forzatamente in concorrenza tra loro, portando i mercati verso una “produzione positiva”.

Proprio in uno scenario di libero mercato in cui non ci sono regolamenti o restrizioni imposte dal governo, il prezzo migliore farà sì che il cliente si diriga in modo naturale verso il migliore offerente. Pertanto, abbassare il prezzo o offrire qualcosa di meglio rispetto al diretto concorrente permetterà di aumentare i profitti (interessi economici personali). Ogni volta che un numero sufficiente di persone richiederà qualcosa, questo bene sarà fornito dal mercato e tutti saranno felici. Il venditore finirà per definire il prezzo in funzione del mercato e l’acquirente otterrà beni migliori al prezzo desiderato.

Concludendo, in termini di politica economica, gli economisti classici erano quindi dei liberisti pragmatici, grandi sostenitori della libertà di mercato sebbene attribuissero allo Stato il ruolo di fornitore dei beni comuni.
La grande “intuizione” di Smith è stata proprio quella di riconoscere che esistevano delle aree in cui il mercato non era il modo migliore per servire l’interesse comune. La maggior parte dei costi a favore dei beni comuni di fatto dovrebbero essere sostenuti da chi ha più capacità di assorbirli . Ha ripetutamente avvertito dei pericoli del monopolio e ha sottolineato l’importanza della concorrenza. In termini di commercio internazionale, gli economisti classici erano sostenitori del libero scambio, che li distinse dai loro predecessori mercantilisti, che sostenevano il protezionismo.

To be continued….