Economia politica classica: parte 2

Economia politica classica: David Ricardo

Continuando il nostro percorso lungo la via della storia dell’economia, dopo Adam Smith vogliamo parlarvi degli altri grandi esponenti del pensiero classico. Iniziamo dal noto economista britannico David Ricardo.

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Nato a Londra il 19 Aprile 1772, David Ricardo cresce all’interno di una famiglia molto numerosa (17 figli).

Mosse i suoi primi passi in campo economico seguendo le orme del padre, intraprese infatti inizialmente la professione di agente di cambio alla Borsa di Londra.  Questa attività gli permise di accumulare un fortuna e di poter ritirarsi all’età di soli 42 anni. A valle di ciò si dedicò principalmente ad approfondire gli studi in campo economico e politico.

Il suo interesse per l’economia nasce all’età di 27 anni quando lesse il libro di Adam Smith “An Inquiry into the Nature and Causes of Wealth of Nations”, da questo momento iniziò ad appassionarsi a questo mondo ed in particolare al pensiero espresso da Adam Smith che influenzò fortemente il suo percorso.

Dopo dieci anni, all’età di 37 anni, scrisse il suo primo articolo di economia e poi trascorse i seguenti quattordici, i suoi ultimi di vita, svolgendo la professione di economista professionista.

Ricardo si fece notare tra gli economisti per la “controversia sui lingotti“. Nel 1809 scrisse che l’inflazione dell’Inghilterra era il risultato della propensione della Banca d’Inghilterra a emettere banconote in eccesso. In breve, Ricardo era un giovane credente nella teoria quantitativa del denaro, ciò che è noto oggi come monetarismo.

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Nel suo saggio “An Essay on the Influence of a Low Price of Corn on the Profits of Stock (1815) Ricardo articolò quella che divenne nota come la “legge dei rendimenti marginali decrescenti”.
Questa legge è ad oggi considerate tra quelle più importanti e famose nel campo della microeconomia. Tale teoria sostiene che l’impiego combinato di maggiore risorse in un sistema produttivo generico non corrisponde ad un aumento proporzionale della produzione.

Ad esempio, l’aumento di uomini e macchinari utilizzati sulla coltivazione di una quantità fissa di terreno porteranno ad un aumento della produzione sino a quando l’intero sistema sarà in grado di non risentire delle disfunzioni organizzative e logistiche derivanti dal suo ingrandirsi.

Tale legge non è dimostrabile in modo scientifico ma solo dal punto di vista empirico  

Ricardo, inoltre, si oppose alle leggi protezioniste sul grano che limitavano le importazioni del bene in oggetto. Nel sostenere il libero scambio formulò l’idea dei costi comparativi, oggi chiamati vantaggi comparati, un’idea molto sottile che è la base principale del pensiero di molti economisti sostenitori del libero scambio.
L’idea è sostanzialmente la seguente: un paese tenderà a specializzarsi nella produzione dei beni per i quali, per via di condizioni “naturali e artificiali”, riuscirà a beneficiare di un vantaggio. Tale vantaggio si tradurrà in costi di produzioni minori comparati con gli altri Paesi.

Implicitamente quindi si può sostenere che la produzione mondiale aumenterebbe qualora il tale principio fosse applicato dai paesi per determinare in quali beni e servizi dovrebbero specializzarsi nella produzione in modo da allocare con efficienza le scarse risorse disponibili.

Esistono due tipi di vantaggio in termini di costi: assoluto e comparativo.

Vantaggio assoluto significa che un paese è in senso “assoluto” più produttivo o economicamente vantaggioso rispetto un altro paese, mentre il vantaggio comparativo si riferisce a quanto un paese sia produttivo o economicamente efficiente rispetto a un altro.

La teoria del vantaggio comparativo divenne la logica per gli accordi di libero scambio. Ricardo sviluppò la sua teoria per combattere, come detto in precedenza, le restrizioni commerciali sul grano importato in Inghilterra. Sosteneva che non aveva senso limitare l’importazione di grano a basso costo e di alta qualità proveniente da paesi che possedevano per la produzione le giuste condizioni climatiche e del suolo. L’Inghilterra avrebbe ottenuto, di contro, più valore esportando prodotti che richiedevano manodopera e macchinari qualificati.

La teoria del vantaggio comparativo spiega perché il protezionismo commerciale non funzioni. I leader politici sono sempre messi sotto pressione dai propri elettori locali per proteggere i posti di lavoro dalla concorrenza internazionale.

Ma questa è solo una soluzione temporanea. A lungo termine, tale approccio, danneggia la competitività della nazione perché favorisce lo spreco di risorse in “mercati” infruttuosi. Inoltre costringe i consumatori a pagare prezzi più alti per acquistare beni domestici che altresì potrebbero essere pagati molto meno.

Uno dei vantaggi comparativi dell’America, ad esempio, è la sua grande massa terrestre delimitata da due oceani.

Ha anche molta acqua fresca, terra arabile e olio disponibile. Le imprese degli Stati Uniti beneficiano di risorse naturali a basso costo e protezione dall’invasione della terra.

Più importante, ha una popolazione diversificata con una lingua comune e leggi nazionali. La popolazione diversificata offre un ampio mercato di test per i nuovi prodotti.  Tale caratteristica ha aiutato proprio gli Stati Uniti ad eccellere nella produzione di prodotti di consumo

La diversità li ha anche aiutati a diventare un leader globale nel settore bancario, aerospaziale, delle attrezzature per la difesa e della tecnologia. La Silicon Valley ha sfruttato il potere della diversità per diventare leader nel campo del pensiero innovativo. Questi vantaggi combinati hanno creato il potere dell’economia statunitense.

To be continued…

 

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