Inflazione cattiva e cetrioli amari (o meglio… cari)

Inflazione

Non è la prima volta che ci occupiamo di ortaggi e delle possibili relazioni col mondo dei mercati e della finanza, anche se l’accostamento può sembrare per lo meno “avventuroso” se non addirittura provocatorio.

CetrioloIn effetti questa volta gli ortaggi, ma potremmo dire i prodotti della terra in generale, hanno fatto un brutto scherzo e contribuito sensibilmente all’aumento dell’inflazione registrato nell’ultimo periodo.

Inflazione cattiva e cetrioli amari (o meglio… cari)

Veniamo quindi ai fatti: la notizia di questi giorni è che l’inflazione in Italia è in crescita. Secondo i dati dell’Istat nel mese di febbraio 2017 abbiamo registrato un incremento dello 0,3% rispetto al mese precedente e addirittura dell’1,5% rispetto al febbraio 2016.

Vista così la questione potrebbe anche non suscitare alcun allarmismo. Un attento osservatore potrebbe infatti giustamente obiettare: “ma come, fino a ieri il problema sembrava l’inflazione molto bassa, al punto da alimentare lo spettro della deflazione. Adesso che finalmente l’inflazione sembra in ripresa di cosa ci lamentiamo?”

In effetti una sana e “buona” inflazione dovrebbe essere indicativa della tanto agognata ripresa dei consumi, un’inflazione troppo bassa, o addirittura la deflazione, costituiscono invece un pessimo segnale per l’andamento dell’economia, per il motivo opposto.

Quando l’inflazione può essere considerata “buona”, e quando, vicecersa, “cattiva”?

L’inflazione è considerata “cattiva” se a trainarla sono dei fattori esterni a quelli che potrebbero essere indicativi di un aumento dei consumi. E qui arriviamo al punto, ovvero al nesso con gli “ortaggi”: l’ISTAT infatti ci informa che la crescita dell’inflazione è principalmente dovuta al costo dell’energia, dei trasporti e, ovviamente dei prodotti ortofrutticoli. In particolare l’incremento dei prezzi di questi ultimi, secondo la Coldiretti, sarebbe dovuto alle gelate dell’ultimo periodo ed all’impatto sulla produzione. Nulla a che vedere quindi con un aumento dei consumi, anzi un incremento che potrebbe essere ridimensionato nel breve o medio periodo.

Ma anche l’incremento del prezzo dell’energia viene considerato un fattore che alimenta la cosiddetta inflazione cattiva, per ovvi motivi. Ecco quindi che lo scenario che si prospetta non è dei più rosei, per chi auspicava una ripresa dei consumi interni. In realtà, infatti, un contesto di questo tipo potrebbe addirittura portare nei prossimi mesi ad una perdita del potere di acquisto dei consumatori e ad una conseguente ulteriore riduzione dei consumi.

Per gli amanti delle statistiche riportiamo quindi di seguito i dettagli delle voci di maggior crescita registrati nel mese di febbraio 2017:

  • Per i trasporti la crescita dei prezzi è pari al 2,4% (era stata del 1,0% a gennaio);
  • Per l’energia (beni non regolamentati) dal +9,0% di gennaio al +12,1%;
  • Per i generi alimentari non lavorati la crescita dei prezzi è pari all’8,8% (era stata del 5,3% a gennaio).

E la performance dei famigerati cetrioli? Non conosciamo il dettaglio, ma la Coldiretti ci informa che sono i vegetali freschi, con un “exploit” del +37,3% a trainare il rincaro dei generi alimentari, molto più della frutta che con un 9,4% comunque fornisce una “prestazione di tutto rispetto”. Tutta colpa del freddo e della neve, come abbiamo detto.

A questo punto cosa dobbiamo aspettarci? Assisteremo con i primi caldi ad un calo dei prezzi sul banco dell’ortofrutta? E soprattutto, torneremo a livelli di inflazione molto bassi? Dipenderà ovviamente dal costo dell’energia. Quanto ai consumi, quelli veri… meglio aspettare ancora un po’ prima di giungere a conclusioni affrettate.

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