Le tre ricette per ridurre il rapporto debito/Pil

Debito Pubblico: il più grande problema economico d’Italia

Tutti gli economisti mondiali nel corso dell’ultimo decennio hanno individuato, nell’eccesso di debito pubblico, il più grande problema economico dell’Italia.

Sono tutti d’accordo nel sostenere che se il debito pubblico dovesse continuare a crescere a questa velocità diventerà presto insostenibile.

Al fine di far comprendere al meglio la situazione, vi riportiamo alcuni dati che descrivono il debito pubblico italiano:

  • 1.5% di crescita reale del PIL – 0,8% aumento dell’inflazione = crescita nominale pari al 2,3% 
  •  interessi pagati ai mercati finanziari pari ad oltre il 3% del PIL.

Questo significa semplicemente che L’Italia attualmente produce più debito pubblico che reddito. Come sappiamo ogni paese dal punto di vista economico è assimilabile ad una “impresa” che ha come fine ultimo quello di “generare utile” necessario per soddisfare, attraverso i servizi, le necessità dell’intera collettività.

Nel corso dell’articolo proveremo a suggerire qualche  “ricetta” che potrebbe aiutare a ridurre il rapporto debito pubblico/PIL.

Facciamo innanzitutto una panoramica su quella che è la situazione del debito pubblico di alcuni paesi europei rispetto a quello dell’Italia.

Il debito pubblico italiano è di circa 2218 miliardi, pari ad oltre il 132% del PIL ( valore circa 1672 miliardi) ed è secondo solo al debito pubblico statunitense  (18237 miliardi di dollari), al debito pubblico giapponese (oltre 10000 miliardi di dollari) e a quello cinese (circa 5000 miliardi di dollari). Il dato più preoccupante riguarda però il rapporto tra debito pubblico e PIL.
In questo caso ci precedono solo il Giappone con un rapporto debito/PIL vicino al 200% e la Grecia vicina al 170%. Avere un rapporto debito/PIL così alto porta chiaramente ad una “spirale” economica da quale è difficile uscirne: per pagare gli interessi sul proprio debito si è infatti costretti ad aumentare il debito stesso.

Ma chi detiene questo debito?

  • Il 30%, è detenuto dai paesi stranieri
  • il 29% è detenuto dalle banche
  • il 21% è detenuto dalle assicurazioni
  • il 15% è detenuto dalla Banca d’Italia.
  • il 5% è detenuto dagli investitori privati,(es. famiglie)

Questa spirale economica rischia ovviamente anche di ridimensionare l’importanza della nostra politica nelle decisioni fondamentali per la vita del paese. Se l’economia non riprende a crescere ogni decisioni politica è fortemente influenzata dal debito che ci attanaglia.

Sono quattro i problemi più urgenti che il prossimo governo dovrà affrontare:

  1. La fine del Quantitative Easing della Banca Centrale Europea che ci costringere a pagare più interessi per sostenere il nostro debito;
  2. L’instabilità parlamentare;
  3. La necessità di sterilizzare circa 30 miliardi di aumento di Iva;
  4. il Fiscal Compact con l’aumento delle restrizioni da parte delle istituzioni europee di un pronto rientro del debito pubblico negli standard europei.  

Detto ciò proviamo a stilare tre proposte che potrebbero aiutare a ridurre il debito pubblico.

LA RICETTA DI WERNER: INDEBITARSI CON LE BANCHE E NON CON I MERCATI FINANZIARI

Secondo l’economista tedesco Richard Werner , per ridurre il debito pubblico italiano è necessario indebitarsi direttamente con le banche commerciali senza emettere titoli negoziabili.

La “ricetta Werner” si basa su alcuni semplici concetti: le banche commerciali, possibilmente pubbliche, dovrebbero concedere prestiti a lungo termine allo Stato Italiano con un tasso di interesse più basso rispetto a quello applicato ai clienti normali. Ne deriverebbero così due vantaggi:

il primo per le banche che avrebbero un credito sicuro da riscuotere rispetto ad un investitore “infallibile” come lo Stato, il secondo per lo stato Italiano che avrebbe un debito non soggetto ad oscillazioni finanziarie (come accade con i Btp) riuscendo così a recuperare una parte del debito  attraverso gli incassi dei dividendi delle banche di cui sono azioniste. Sembra una soluzione semplice e di facile applicazione, ma incredibilmente ignorata dalle istituzioni nazionali ed europee.

 

LA RICETTA DI FRATIANNI E SAVONA: SEPARARE “MONEY BANK” E “CREDIT BANK”

I due economisti italiani propongono una soluzione che avrebbe del rivoluzionario e che andrebbe a “stravolgere” l’intero apparato economico del paese in cui si andrebbe ad applicare. La proposta è quella di dividere le banche in due grandi scaglioni ,“Money Bank” e “Credit Bank”.
Le prime andrebbero semplicemente a raccogliere denaro e offrendo una garanzia del 100% sui depositi dei correntisti. In questo modo si annullerebbero i rischi e gli oneri di gestione derivanti dai depositi.
Le “Credit Bank” di contro sarebbero le banche commerciali nel senso vero e proprio del termine. La loro mission sarebbe quella di “scovare” investitori esterni e scandagliare al massimo i privati che richiedono prestiti.
Questa soluzione, difficilmente realizzabile nel breve periodo, comporterebbe di fatto l’eliminazione della possibilità delle banche di creare moneta, l’emissione di denaro rimarrebbe un’esclusiva della Banca Centrale.

Nella proposta di Fratianni e Savona, quindi, le banche commerciali dovrebbero investire capitali procacciati da loro stessi assumendosi il rischio di impresa che dovrebbe essere insito nell’attività bancaria di natura commerciale. Sappiamo bene che oggi purtroppo questo non accade.

In questo modo si avrebbe la tutela completa dei conti correnti, i soldi dei correntisti non sarebbero reinvestiti in debiti di lungo tempo e il costo del sistema dei pagamenti si ridurrebbe rispetto a quello oggi praticato dalle banche, diventando al contempo molto più semplice. I vantaggi sociali sarebbero notevoli , le banche tornerebbero a fare il proprio mestiere concedendo crediti a famiglie e imprese.
Questa soluzione però, per motivi che facilmente riusciamo ad immaginare,  viene vista con diffidenza assoluta da parte della politica e anche dai dirigenti della banche.

 

BUONI FISCALI PER AUMENTARE IL PIL E DIMINUIRE IL DEBITO

A differenza delle altre due “ricette”, l’emissione di Buoni Fiscali per far aumentare il PIL e quindi la moneta in circolazione, è l’unica proposta che non va a modificare lo status quo del sistema monetario e fiscale.
Tale “soluzione” così per come è concepita risulta autonoma ed immediatamente applicabile dagli stati nazionali  in quanto, dal punto di vista fiscale, ogni stato è sovrano e non ha in alcun modo possibilità di alterare gli equilibri di politica economica europea.

La proposta risulta abbastanza semplice: lo stato Italiano dovrebbe emettere in maniera massiccia, per un valore all’incirca di 10 miliardi di euro, Titoli di Sconto Fiscale (TSF) che diano diritto ai loro possessori di ridurre i pagamenti verso la pubblica amministrazione.
I TSF potranno essere utilizzati dopo tre anni e daranno diritto al possessore di richiedere uno “sconto” sulla sulle tasse oppure su altre obbligazioni nei confronti dello stato (penali, multe, ecc).
I TFS potrebbe anche essere scambiati immediatamente sul mercato finanziario come un qualsiasi Btp,  questo consentirebbe un’immissione veloce  di denaro contante.
La proposta include anche emissione gratuita di TSF nei confronti di famiglie e aziende disagiate, oltre che l’utilizzo degli stessi TSF per effettuare pagamenti della pubblica amministrazione (invece delle lunghe attese a cui i creditori dello stato sono soggetti).
E’ stato stimato che l’emissione dei TSF potrebbe creare un incremento del PIL pari al 3% annuo, senza far nascere al contempo degli scompensi all’inflazione.
In conclusione questa terza opzione è quella più praticabile nel breve periodo per risolvere la crisi sociale ed economica. come detto. questa ultima non implica ,infatti, impossibili riforme in sede di Commissione Europea e/o l’uscita dell’Italia dall’Eurozona.