Ondata di tasse in arrivo su Google e Facebook? Sì, ma senza fretta…

Ondata di tasse in arrivo su Google e Facebook? Sì, ma senza fretta…

Quante volte avete sentito dire che i grandi player dell’economia digitale riescono a trovare i migliori stratagemmi per pagare le tasse in misura ridotta, favoriti dall’inerzia delle istituzioni italiane e, soprattutto, europee?

Tasse, EuropaE quante altre volte, invece, avete sentito qualcuno sostenere che chi vuole tassare le grandi imprese digitali o “social” è mosso in realtà da obiettivi terribili, come la limitazione della democrazia o l’aumento dei costi per i poveri cittadini sui quali verrebbero di fatto ribaltati gli oneri fiscali in aumento?

Cari amici di Mr Banca, non sappiamo in quali dei due “partiti” vi riconosciate. Noi siamo più favorevoli al primo, per un discorso di equità e per il semplice motivo che nessuno dei “colossi digitali” è un’associazione umanitaria “no profit”, ed è corretto quindi che partecipi alla causa comune (fiscale) in base ai propri risultati di business.

Le dimensioni del fenomeno

Di quanti soldi stiamo parlando? Proviamo a dare qualche numero per inquadrare le dimensioni del fenomeno. Ci viene in aiuto un rapporto del Parlamento Europeo secondo il quale la sola Italia nel triennio dal 2013 al 2015 avrebbe perso circa 550 milioni di euro, più o meno un decimo del danno stimato per l’Unione Europea (circa 5,4 miliardi di euro)

Un altro dato interessante è la tassazione media europea, che è pari all’8,5% per l’industria digitale, contro il 20,9% dei settori tradizionali (per non parlare poi della differenza con la tassazione in Italia).

Sarà questa la volta buona?

E’ di questi giorni la notizia della presentazione da parte della Commissione Europea di una comunicazione su questo tema, nel tentativo di indirizzare il dibattito in modo tale che si possa sperare in una qualche forma di decisione nel prossimo futuro (si parla addirittura entro dell’inizio del prossimo anno).

Le istituzioni europee non si sono mostrate, in realtà, molto reattive sull’argomento, finora. Si potrebbe facilmente ironizzare sul fatto che la Commissione Europea, come si legge nel suo documento, sembra finalmente essersi accorta che l’economia digitale ha cambiato negli ultimi anni i modelli di business. In realtà bisogna riconoscere che il tema è molto complesso e il campo “minato”: da una parte le norme sulla fiscalità internazionale, che da sempre si preoccupa di dirimere le questioni che potrebbero portare ad una doppia tassazione per le imprese che operano anche al di fuori delle mura domestiche, dall’altra normative che si sovrappongono, come quelle sugli aiuti di stato o quelle dei singoli stati membri.

Questa volta però si intravedono delle ipotesi che, anche se forse è prematuro definire concrete, almeno costituiscono la base per una discussione che non sia solamente teorica.

Le tre proposte sul piatto

Le tre proposte sul piattoNel tentativo di razionalizzare un panorama che, come abbiamo visto, è caratterizzato da una notevole complessità, tre sono le proposte presenti nel documento della Commissione Europea:

  • La prima proposta riprende ipotesi che hanno visto protagoniste alcune delle nazioni più influenti dell’Unione Europea, come la Germania e la Francia (ma anche l’Italia): una tassa sul fatturato che le aziende digitali generano in ogni determinato paese;
  • La seconda prevede invece una ritenuta alla fonte sulle transazioni (probabilmente è quella che spaventa di più il “partito” di chi non vorrebbe impatti sugli utenti finali);
  • La terza ipotesi è infine un’imposta sulla pubblicità raccolta e, più in generale, sui servizi digitali offerti.

Come si può vedere siamo ancora ad una fase embrionale e, come è stato già fatto notare in passato, sarà necessario anche definire in modo puntuale i dettagli delle proposte. Ad esempio, sarà necessaria la definizione puntuale dei mercati e dei servizi di riferimento (cosa si intende veramente per digitale?). Insomma la strada è sicuramente piena di insidie. Speriamo almeno che non sia troppo lunga, per evitare di facilitare ancora per troppo tempo delle aziende che ormai sono dei veri e propri “colossi” dell’industria digitale e che, per loro natura, sono dotate di un’”agilità” che purtroppo non è certo il punto di forza delle istituzioni europee (per tacere, come al solito, di quelle italiane).

Continueremo a seguire comunque questi interessanti argomenti: la prossima scadenza dovrebbe essere molto vicina, ovvero il vertice tra i capi dei governi europei previsto per il 29 settembre a Tallinn, dove il tema dovrebbe essere ancora una volta oggetto di discussione, speriamo concreta.

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