Quali sono gli impatti dei dazi di Trump sui mercati?

All’incirca un mese fa, esattamente l’8 marzo, Donald Trump varava la controversa e discussa tassa sull’import pari al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio. Inizialmente questa misura doveva  interessare anche l’Unione Europea, ma dopo qualche giorno di discussione il presidente Trump ha deciso di esentarla, quantomeno fino a maggio. Questa confusione iniziale ha fatto si che non molti investitori abbiano preso sul serio i propositi del 45° presidente degli Stati Uniti.

Il vento e gli umori degli investitori sono cambiati quando Trump ha focalizzato l’attenzione delle proprie politiche incentrate sui dazi su un preciso nemico: la Cina. A questo punto i mercati sono entrati in tumulto nel momento in cui hanno realizzato che aveva preso il via la prima guerra commerciale nell’era della globalizzazione. Trump, dopo una serie di attacchi generici via Twitter, arma preferita dal presidente statunitense per sferrare i propri attacchi, è uscito allo scoperto andando dritto al punto: il deficit commerciale degli Usa nei confronti della Cina è vicino ai 400 miliardi di dollari e, secondo Trump, i cinesi devono restituirne subito 100.

La guerra commerciale è iniziata

In poche ore il governo degli Stati Uniti ha stilato una lista di ben 1133 prodotti cinesi su cui verranno applicati dazi al 25%. L’operazione vale all’incirca 50 miliardi di dollari, secondo gli esperti. Il governo cinese come risposta ha stilato una propria lista di 128 prodotti di produzione statunitense su cui applicare dei “controdazi”.  Sono solo le prime schermaglie di una baruffa economica che non si sa quando e soprattutto come terminerà. Durissimo anche l’ultimo tweet “cinguettato” dal profilo ufficiale del presidente americano:  Trump ha esplicitamente criticato la politica commerciale dei suoi predecessori, colpevoli di non essere stati in grado di evitare  il deficit commerciale con la Cina ed il “furto di proprietà intellettuale” per circa 300 miliardi di dollari. Ciò che più preoccupa gli Stati Uniti è la concorrenza che la Cina applica in modo spietato soprattutto nel settore tecnologico. Infatti dei 1133 prodotti inseriti nella lista dall’entourage di Trump, oltre 700 riguardano il settore hi-tech.

La reazione delle borse ai dazi di Trump

Tra tanti dubbi una certezza c’è: i Tweet di Trump e le incertezze degli Stati Uniti stanno creando ansia ed apprensione nei mercati internazionali. Il Vix, l’indice che indica la volatilità, è tornato su valori ai limiti della preoccupazione intorno ai 25 punti (bisogna considerare che quando i mercati sono tranquilli questo indice oscilla tra i 10 e i 15 punti), mentre dal 13 marzo le Borse hanno perso intorno ai 4000 miliardi in termini di capitalizzazione. Da allora invece in termini percentuali Wall Street ha perso intorno al 7%, Francoforte il 4%, Shanghai il 5,3% e Milano il 2%. Sui mercati internazionali oltretutto è partita una rotazione  dei portafogli  verso i beni rifugio. L’oro si è riavvicinato alla soglia dei 1350 dollari, mettendo a segno un rialzo da inizio anno del 4%. Dai minimi toccati a dicembre il valore dell’oro ha avuto un apprezzamento di quasi 100 dollari. Quindi, mentre le borse scendono, il valore dell’oro sale. Come del resto le obbligazioni che sono tornate, nonostante i bassi rendimenti, nei radar dei gestori, che hanno incrementato le loro posizioni in questo periodo successivo al neo-protezionismo introdotto dai dazi di Trump.

Con i dazi anche i BTP sono un bene rifugio

Paradossalmente in questa situazione anche i BTP, nonostante l’incertezza politica che regna in questo momento in Italia dove non c’è un governo e dove le varie forze politiche continuano a battibeccare, sono diventati uno dei beni rifugio preferiti dagli investitori. Non a caso il rendimento decennale è sceso all’1,7%, valore che non si toccava da dicembre scorso.

Amore e odio tra Stati Uniti e Cina

Sembra un paradosso che in un periodo di sfrenata globalizzazione proprio il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti, dichiari una guerra commerciale al paese che lo segue a ruota nella classifica mondiale del PIL. Tanto più se si considera che questo paese è il primo detentore di titoli di Stato statunitensi (se si esclude la quota della Federal Reserve). Ad oggi la Cina ha in mano quasi 1200 miliardi di dollari in T-Bond. Fino ad oggi il rapporto di amore ed odio tra Stati Uniti e Cina si era fondato su un tacito accordo: io Stati Uniti compro i tuoi prodotti e tu Cina finanzi il mio debito pubblico. Ma la guerra dichiarata da Trump in questi mesi rischia di rompere questo equilibrio. Forse qualcosa si è rotto ad inizio marzo quando Pechino ha fatto una decisa inversione di percorso rispetto alle politiche di aumento della libertà democratica all’interno del paese, varando una riforma costituzionale che in pratica permetterà al Presidente in carica Xi Jinping di governare a vita. Difficilmente la monocrazia cinese e protezionismo trumpiano avranno un grande futuro in questa società che corre verso la globalizzazione.