Rapporto Deficit/PIL

Rapporto Deficit/PIL: cos’è?

In questo periodo è ricorrente sentire di parlare del tanto discusso rapporto Deficit/PIL.

Tale rapporto è proprio in questi giorni al centro delle cronache politiche italiane, il suo valore (2,4%) è stato stabilito nella nota di aggiornamento del Def (Documento di Economia e Finanza) del 27 Settembre 2018.

Ma questo cosa significa realmente?

Cerchiamo prima di tutto di capire cosa rappresentano le grandezze presenti al numeratore e al denominatore del rapporto in questione.

Il Deficit rappresenta la differenza annuale tra le spese e le entrate dello Stato. Al pari di qualsiasi azienda, lo Stato italiano è soggetto alla redazione di un bilancio nel quale vengono riportati i risultati della gestione.
La gestione come tale, è formata da voci in uscita derivanti dai Trasferimenti e dalla spesa pubblica e da voci in entrata rappresentate prevalentemente da Tasse e Imposte oltre che dai redditi derivanti da giochi pubblici (lotterie, giochi di azzardo etc..).

Una breve digressione al tema ma importante per comprendere gli aspetti economici, è relativa all’improprio uso dei termini Tasse e Imposte.
Ricordiamo che le Tasse vengono pagate dai soggetti in relazione ad un servizio pubblico del quale usufruiscono (es. raccolta dei rifiuti, università, concessioni governative etc..). Di contro le Imposte vengono pagate dai soggetti in relazione alla produzione del reddito (non solo lavoro, es. IMU).

Relativamente alla differenza tra voci in entrata e voci in uscita, gli scenari possibili sono 3 differenti:

  • Disavanzo di bilancio: le voci in uscita superano le voci in entrata
  • Pareggio di bilancio: le voci in uscita eguagliano le voci in entrata
  • Avanzo di bilancio: le voci in entrata superano le voci in uscita

La situazione minima alla quale si auspica, come è facile immaginare, è quella in cui si raggiunga il pareggio di bilancio. Al contrario di quello che si possa pensare, la situazione in cui si verifichi un avanzo di bilancio non è sempre auspicabile. In questo ultimo caso, in particolari economie di mercato, un maggior ingresso di denaro rispetto alle uscite potrebbe significare che quanto prelevato ai cittadini è superiore ai servizi offerti agli stessi e questo è contro ai principi fondamentali sui quali si basa lo Stato.
La situazione più comune è quella in cui sia presente un disavanzo di bilancio.

In presenza di un disavanzo di bilancio vi è un aumento credito da parte di soggetti terzi, necessario a coprire il fabbisogno monetario di cassa statale, generando così quello che viene chiamato debito pubblico.

Il PIL (Prodotto Interno Lordo) indica, invece, il valore della produzione realizzata, all’interno del Paese considerato, da residenti e non residenti al netto dei beni e dei servizi utilizzati per realizzare la produzione stessa (beni intermedi), ma al lordo dell’ammortamento.

Allora perché il rapporto Deficit/PIL è così importante?

Per quanto abbiamo detto sino a questo momento il rapporto Deficit/PIL, espresso in percentuale, mette in relazione la capacità dello Stato di produrre ricchezza e ripagare il debito accumulato.

Ricordiamo che il tetto stabilito dal Patto di stabilità del 1997 è pari al 3%, un valore ritenuto idoneo per mantenere solida la stabilità di un paese e di conseguenza di tutta la Ue (anche se tale valore sembra essere stato determinato in modo “casuale” , come ammesso dal suo inventore Guy Abeille).

Se l’Italia ha indicato il valore del rapporto al 2,4%, inferiore alla soglia massima definita, perché tutta questa attenzione?

Il problema principale nasce dal valore di debito pubblico che l’Italia possiede, esso è pari a circa 2.300 miliardi di euro, che corrispondono al 130% del PIL.

Quindi, anche se si rimane sotto la soglia stabilita, il mercato percepisce la manovra del governo italiano come molto rischiosa in quanto non crede nella volontà del nostro Stato di voler ridurre la soglia di indebitamento (Indebitamento che, secondo quanto richiesto da Bruxelles, nel lungo periodo non dovrebbe superare il 60 per cento).

Questo porta con sé, come diretta conseguenza, l’aumento dello spread (differenza tra i titoli decennali tedeschi e quelli italiani) e conseguente aumento degli interessi sul debito stesso. Un circolo vizioso che porta, oltre all’aumento del debito, anche all’aumento del costo del denaro necessario per finanziare la manovra.

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