Trump (fa) paga(re) dazio

Donald Trump

Nella giornata del 7 marzo scorso, il presidente statunitense Donald Trump ha messo in campo una mossa di politica commerciale tra le più importanti da quando è in carica annunciando delle tasse (dazi) sull’importazione dell’acciaio e dell’alluminio. Questa scelta, fortemente promessa dal tycoon in campagna elettorale, ha aperto un dibattito sia interno agli Stati Uniti che a livello internazionale tra i favorevoli (pochi) ed i contrari (molti). Scopriamo insieme i pro e i contro di questa scelta protezionistica del più controverso e discusso tra i presidenti degli Stati Uniti d’America.

Pali in acciaio

Il protezionismo di Donald

Nell’annunciare i dazi sull’acciaio e l’alluminio, Donald Trump ha citato quei presidenti che, nel passato, hanno usato il protezionismo per spingere l’economia americana: “Tutti i nostri grandi presidenti, da Washington a Lincoln a Jackson a Teddy Roosevelt, hanno capito che l’America deve avere una base manifatturiera forte, vibrante, indipendente… La politica tariffaria protezionistica dei Repubblicani ha reso le vite dei nostri concittadini più dolce, e più luminosa”. Quella di Donald Trump si rivela a tutti gli effetti una manovra economica di stampo repubblicano con una forte connotazione propagandistica per entrare prepotentemente nel cuore di quella fetta di elettorato statunitense che ha decretato la sua vittoria.

Nel discorso tenuto alla Casa Bianca, Donald Trump ha detto che questi dazi proteggeranno i produttori statunitensi che sono stati “presi di mira per anni e anni” da pratiche commerciali scorrette da parte di altri paesi. Ha anche collegato la questione alla sicurezza nazionale, sostenendo che i militari statunitensi trarrebbero beneficio da settori più forti di acciaio e alluminio. “Le azioni che stiamo prendendo oggi non sono una questione di scelta, sono una questione di necessità“, ha detto Donald Trump.

Donald Trump ha dichiarato che questi dazi (25% sulle importazioni di acciaio e 10% sull’alluminio con l’esclusione di paesi come Australia, Canada e Messico) entreranno in vigore in 15 giorni. Ma ha anche detto che ogni singolo paese potrà negoziare con gli Stati Uniti, lasciando aperta la possibilità che alcuni possano essere esentati dai dazi. “Mostreremo una grande flessibilità“, ha aggiunto Donald Trump, aggiungendo: “Vogliamo solo equità. Vogliamo che tutto sia reciproco.“.

Il prossimo novembre ci saranno le elezioni di midterm (martedì 13 marzo, si voterà alle elezioni speciali per un seggio alla Camera della Pennsylvania). I repubblicani hanno perso molti punti per strada, soprattutto per quei candidati che si richiamano esplicitamente a idee e politiche di Trump. Il presidente ha quindi bisogno di passare all’attacco mostrando che lui ha tenuto fede alle promesse fatte alla working class in campagna elettorale.

La reazione interna

Donald Trump, rivolgendosi ai suoi compatrioti, continua a sostenere la teoria che questi dazi porteranno una crescita all’economia americana e contribuiranno a ridurre il deficit commerciale del paese. Ha invitato i sostenitori di questa manovra alla cerimonia tenutasi alla Casa Bianca, dove diversi hanno affermato che avrebbero beneficiato del cambiamento. Eppure nei giorni precedenti alla manovra, quando è diventato chiaro che il tycoon sarebbe andato avanti con i dazi, la proposta è stata accolta con un’opposizione quasi universale da parte di economisti, accademici, uomini d’affari e persino alcuni alti funzionari della stessa amministrazione Trump. Due giorni prima Gary Cohn, il principale consulente economico di Trump, ha annunciato che si sarebbe dimesso nelle prossime settimane; Cohn aveva discusso fortemente con il presidente contro i dazi, anche se poi lui stesso ha detto che questi non sono il fattore principale nella sua decisione di dimettersi come capo del Consiglio economico nazionale.

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I giudizi forniti da esperti del settore, economisti e industriali su questi dazi introdotti sono molto simili. Vediamoli nel dettaglio le risposte ad alcune specifiche domande

Cosa accadrà all’occupazione?

Trump presidenteÈ probabile che le tariffe di importazione creino alcuni posti di lavoro specificamente nelle società statunitensi che fabbricano acciaio e alluminio (alcuni quantificano in non più di 15.000 posti di lavoro). Il punto importante, tuttavia, è che tali effetti positivi saranno ampiamente controbilanciati da effetti negativi su altri settori (almeno 4 volte quelli prodotti). Ciò è particolarmente vero per quei settori manifatturieri che utilizzano acciaio e alluminio, come l’industria automobilistica, i produttori di attrezzature pesanti, i produttori di lattine di birra e così via. È probabile che l’effetto netto sull’occupazione sia negativo con una probabile perdita anche nelle esportazioni.

Quale impatto ci sarà sui consumatori statunitensi?

Un dazio è essenzialmente una tassa e lo scopo di tale tassa è di aumentare il prezzo di un’importazione. Queste tasse renderanno più costoso per i produttori statunitensi produrre qualsiasi cosa fatta di acciaio o alluminio, costringendoli ad aumentare i prezzi. Queste differenze di prezzo possono essere piccole (effetti trascurabili) per cose come zuppa in scatola o lattine di soda, ma gli aumenti di prezzo per prodotti più grandi come un’automobile saranno evidenti. Un aumento dell’1% nel prezzo di un’automobile significa un listino maggiorato anche di $350!

Quale effetto a catena avremo sull’economia globale? Altri paesi reagiranno in modi che avrebbero un impatto significativo sull’economia americana?

L’area economica mondiale che reagirà a questi dazi è ancora indefinita (…ed è curioso constatare che la Cina è stata salvaguardata da questa mossa commerciale). Diversi partner commerciali, tra cui l’Unione Europea, hanno dichiarato che risponderanno colpo su colpo e tale scenario non è nell’interesse di nessuno. In passato, le esportazioni di prodotti agricoli statunitensi erano obiettivi comuni di ritorsione (es: la Cina con la soia) ma anche alcuni prodotti iconici statunitensi sono a rischio “contrazione” come i produttori di bourbon, il burro di arachidi, il succo d’arancia e l’immortale Harley-Davidson.

L’effetto più dirompente sull’economia mondiale deriva indirettamente dalla crescente percezione che gli Stati Uniti stanno abbandonando il loro ruolo storico, acquisito dopo la seconda guerra mondiale, di faro guida costante dell’economia globale.

Il Dollaro con Trump

Trump ha twittato che vincere guerre commerciali è “facile” per gli USA. È proprio vero?

Una guerra commerciale globale oltre che incerta nei suoi esiti non è nell’interesse di nessuno, specialmente dei lavoratori e delle imprese americane. Il risultato nel breve e medio periodo sarà quello di un aumento dei prezzi negli Stati Uniti e una diminuzione della competitività per le imprese nazionali (tranne quelle nel settore dell’alluminio e dell’acciaio). Ciò creerebbe anche incertezza, probabilmente portando le imprese a interrompere i piani di investimento, assumere nuovi lavoratori o aumentare i salari e i benefici per i loro lavoratori.

Ha senso questa mossa in un’economia sempre più globale, dove anche le aziende statunitensi fanno affidamento su una catena di approvvigionamento internazionale per produrre ed esportare merci?

La catena di approvvigionamento internazionale è alla base della produzione di ogni oggetto in ogni paese del mondo e dipende dagli input di beni intermedi. Le politiche protezionistiche oggi sono pericolose e creano più danni (immediati e tangibili) che in passato.

Il commercio è un vantaggio per tutti i paesi coinvolti nella filiera. Prendiamo l’esempio del Nord America nella catena di produzione dell’automobile. L’accordo di libero scambio nordamericano ha permesso alla regione di diventare una delle aree più competitive per la produzione automobilistica. Ciascuno dei tre paesi è specializzato nella parte del processo di produzione in cui è più efficiente ed efficace, a volte con il risultato che i prodotti attraversano il confine una mezza dozzina di volte prima che venga prodotta l’auto finale. Questo scenario ha permesso agli Stati Uniti di produrre per diversi decenni le migliori auto al mondo ai costi di produzione più contenuti possibile.

Donald non si ferma qui

L’Europa non ci sta ai dazi imposti da Donald Trump ed il fronte dello scontro si è allargato prendendo di mira anche l’industria dell’automobile. In un tweet il presidente americano annuncia la possibilità di tassare le auto e altri prodotti europei se l’Unione Europea non abbasserà le sue «barriere e tariffe sui prodotti Usa».

La commissaria europea al commercio Malmstroem ha risposto ricordando alla Casa Bianca il ruolo che da sempre ricopre l’Unione Europea, ovvero, quello di uno “stretto e fidato partner commerciale” degli USA. Come finirà? Di certo oggi è presto per scoprirlo ma siamo qui in prima file per tenervi informati.

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