Un anno di Trump

Trump

Il Presidente inaspettato!

Trump presidenteEra il 9 Novembre 2016 quando un indisciplinato outsider della politica statunitense, al secolo Donald Trump, vince le elezioni e diventa il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. il 20 gennaio 2017 si celebra il giuramento solenne in una Washington blindata e divisa, capitale di un’America altrettanto divisa sul risultato di un’elezione che in pochi ritenevano possibile.

In molti restano ancora vivi i ricordi di alcuni passaggi forti del discorso di insediamento di Donald Trump: “In questi anni l’establishment ha protetto se stessa, ma non i cittadini del nostro Paese. Il 20 gennaio del 2017 sarà ricordato come il giorno in cui il popolo è diventato di nuovo governante. Gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non lo saranno più” ed ancora “c’è la convinzione che un Paese esiste per servire i suoi cittadini. Gli americani vogliono scuole buone per i propri figli, aree sicure in cui vivere con le loro famiglie e buoni posti di lavoro. Si tratta di richieste ragionevoli, ma per molti la realtà è diversa“.

Tutti temi che ruotano intorno al concetto base espresso in modo superlativo con lo slogan utilizzato durante la campagna elettorale “make America great again“. Uno slogan rivolto alla pancia della nazione (e soprattutto alla classe operaia bianca che è passata dal voto ad Obama a quello per Trump), al patriottismo radicato nel tessuto sociale del paese. Una richiamo all’importanza che il successo, in particolare quello economico, ha avuto nella vita del tycoon e del ramo protestante della nazione. È un appello capace di far sorgere una forte empatia e vicinanza emotiva in coloro che vivono nelle difficoltà perché vedono una promessa ad un ritorno ai vecchi fasti di un tempo. Non è stata mai chiaramente specificata da Donald Trump quale America si vuole far riemergere per amplificare il potere comunicativo e persuasivo dello slogan lasciando spazio all’immaginazione di chi aspira ad un cambiamento, di chi è risentito e deluso, portando a percepire questo “great” molto più vicino ai propri ideali che non alla realtà effettiva.

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Il dollaro debole dell’era Trump

E’ assolutamente inconfutabile che il dollaro americano sta conoscendo un periodo di lento declino rispetto alle principali valute mondiali con particolare riferimento all’Euro. Dal grafico seguente si può vedere come il cambio EUR/USD sia partito da un valore di 1,0699 al 20 Gennaio 2017 per arrivare ad un valore di 1,2028 del 5 Gennaio 2018 (+12%).

Eur_Dol
Euro su Dollaro durante la presidenza Trump

Il presidente Donald Trump e le sue scelte in campo internazionale hanno contribuito alla debole performance del dollaro nel 2017  e non solo in confronto all’Euro, perdendo come visto circa il 12%, ma anche rispetto ad altre valute come ad esempio il renminbi (o yuan) Cinese dove ha perso circa il 5,5% del proprio valore. Nel 2017 la divisa statunitense ha visto la seconda peggiore performance tra le principali valute dopo il dollaro neozelandese. La sua caduta è stata la più ripida in oltre un decennio nonostante i tre rialzi dei tassi d’interesse e il passaggio della riforma fiscale di Trump che dovevano per forza di cose portare un aumento del valore del dollaro .

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Il dollaro perde appeal come moneta di riserva

Con Donald Trump è scesa soprattutto la popolarità del dollaro come strumento di finanziamento per le società e i governi stranieri. Secondo uno studio di un team di docenti e ricercatori di economia della Università della California, Berkeley, esiste una teoria a due facce opposte “Mercurio e Marte” sulla decisione di un governo di adottare una determinata valuta come valuta di riserva. La faccia di “Mercurio” rappresenta l’aspetto economico: si tratta di sicurezza, liquidità, effetti di rete e connessioni economiche. La faccia di “Marte” è geopolitica: riflette la potenza strategica, diplomatica e militare del paese emittente.

Lo studio ha provato a quantificare questa dualità osservando la composizione delle riserve valutarie delle principali nazioni mondiali. Hanno scoperto che, molto tempo prima, tra il 1890 e il 1913, i paesi avevano maggiori probabilità di detenere riserve nelle valute dei rispettivi partner di difesa militare, anche quando la scelta puramente economica avrebbe dettato il contrario. Tale predominanza della faccia di “Marte” rispetto a quella di “Mercurio” è ancora più marcata nell’era nucleare. Infatti, nazioni come il Giappone e la Corea del Sud, dipendenti dagli Stati Uniti per la sicurezza, detengono una quota maggiore di riserve in dollari di Francia, Russia o Cina, che possiedono il proprio arsenale nucleare.

trump dollar

Perdere la faccia di “Marte” rispetto ad un paese straniero, non avendo più un ruolo di partner strategico nella difesa di quest’ultimo, significa perdere circa il 30% delle riserve valutarie di quella nazione nella propria valuta. Le politiche di Donald Trump, note come “America First“, di fatto stanno disimpegnando gli Stati Uniti d’America dalla geopolitica globale a favore di scelte più autonome e nazionaliste con l’effetto di ridurre il fascino di utilizzare il dollaro come possibile moneta di riserva dei governi stranieri.

Il dominio del dollaro come valuta internazionale è legato a doppia mandata al ruolo degli Stati Uniti d’America come potenza globale che garantisce la sicurezza delle nazioni alleate. Lo studio stima che le politiche di Trump mettono a rischio una cifra dell’ordine dei 750 miliardi di dollari, equivalenti al 5% del debito pubblico statunitense, che verrebbero liquidati ed investiti in altre valute come lo yen, l’euro o il renminbi.

Oggi il dollaro rappresenta il 63,5% delle valute di riserva per un totale di 6,1 trilioni di dollari. Occorrerebbero molti anni o eventi “politici” devastanti per distruggere i vantaggi di “Mercurio” e di “Marte” dell’ancora potente valuta statunitense ma il leggero cambiamento a favore di altre valute riflette la percezione di oggi che fare scommesse più grandi sugli Stati Uniti non è più conveniente.

Cosa aspettarci nel 2018

previsioneUna stima per il 2018 per il dollaro statunitense, che ha appena chiuso il 2017 con la peggiore performance annuale in 14 anni, è difficile da fare ma un sondaggio della Reuters su 70 analisti valutari dichiara che “Il dollaro rimarrà su una traiettoria discendente nel corso del prossimo anno”. La preoccupazione maggiore degli esperti risiede nella copertura da trovare nel prossimo decennio per finanziare il trilione di dollari di prestito necessario al taglio delle tasse.

Si stima anche che l’euro, che nel 2017 ha avuto il miglior risultato dal 2003, si indebolirà leggermente nei prossimi tre-sei mesi per poi risalire leggermente per raggiungerè il valore di 1,210, leggermente in rialzo rispetto a dove è ora. L’economia della zona euro sta avendo uno dei migliori risultati da quando è stata lanciata la moneta unica con performance superiori ai suoi pari e si prevede che continuerà a crescere a un ritmo sostenuto.

Con la Banca centrale europea che prevede nel 2018 di porre fine al suo programma di allentamento quantitativo (o quantitative easing = modalità non convenzionali con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese, per aumentare la moneta in circolazione) il rischio per il dollaro è che l’euro si comporti ancora meglio di quanto previsto attualmente.

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